livio romano

Niente da ridere

Chi sono

Utente: livioromano
Livio Romano è nato nel 1968 a Nardo', in provincia di Lecce, dove vive. Insegna inglese in una scuola elementare, e scrive da sempre. Oltre a collaborazioni per giornali riviste radio teatro cinema -gli piace in particolare fare reportage e pezzi di costume- ha pubblicato un racconto in Disertori (Einaudi), tre racconti in Sporco al sole (Besa-Books Brothers), i romanzi Mistandivò (Einaudi 2001) e Porto di mare (Sironi, 2002), il saggio "Da dove vengono le storie" (Lindau, 2000), il lungo reportage dalla Bosnia "Dove non suonano più i fucili" (Big sur, 2005, vedi link). Per Radio RAI 3 ha curato "Gli uomini dalla testa di girasole" per la serie Cento lire, "Diario elementare" per Fahre Blog , "Il fascino mite delle travi di legno" per Storyville. Suoi racconti ("Uomini a Natale" è linkato in questo blog) sono apparsi in numerose antologie e testate, fra cui "Mica male il tuo libro" (Aliberti), "Narrative invaders" curata da Renato Barilli, Linus ("Breve lamento del giovane padre progressista"), Mordi & Fuggi, Manni editore, L'Unita, Ulisse. Insegna scrittura creativa in scuole d'ogni ordine, associazioni, università. Nel febbraio del 2007 è uscito il suo ultimo romanzo NIENTE DA RIDERE, ed. Marsilio. La foto dell'avatar è di Linda Hand. livio.romano@alice.it

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mercoledì, 01 luglio 2009

Caro Dio

pianesiNo questa è troppo bella, me la manda Mauro Pianesi.

"Caro Dio,
quando nelle mie preghiere ti chiedevo di far morire quel pedofilo truccato, liftato, mentalmente disturbato e di colore indefinibile non intendevo Michael Jackson".

Ok. Vado corro sparisco. Enjoy!

postato da: livioromano alle ore 11:40 | link | commenti (3)
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giovedì, 25 giugno 2009

Summertime

Il curatore di questo blog comunica che da qualche settimana s'è trasferito nella casa di campagna dove non ha connessione internet né telefono fisso. Egli si dedicherà al giardinaggio e alla lettura, come ogni anno -anche per dimenticare l'orrore supremo che gli provoca la vita pubblica italiana. Questo sito, dunque, rimarrà silente almeno fino a fine settembre, se non più tardi. Ci risentiamo attraverso questo mezzo quando sarà pronto in forno il nuovo romanzo Il mare perché corre, ed. peQuod. Per comunicazioni urgenti, il curatore è raggiungibile al telefono cellulare 3282028305, o tramita la posta elettronica livio.romano@alice.it o livromano@libero.it che, più o meno una volta a settimana, egli continuerà a controllare. Buona estate a tutti (ammesso che questa estate, alla fine, arrivi).

olio_c_estate_1983_096

postato da: livioromano alle ore 09:28 | link | commenti (3)
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sabato, 06 giugno 2009

Stornelli osceni, canzonette e votazioni.

stornelliIn questi infuocati, esausti, sfiancanti ultimi giorni di scuola già è un’impresa arrivare alla fine della giornata senza dare di matto (vedi qui sul burn out degli insegnanti). Da un paio di settimane poi ci s’è messo lui. Non è propriamente un bidello, un collaboratore scolastico, come si chiamano oggi. È una delle tante figure professionali che circolano per le scuole del Sud, credo un “lavoratore socialmente utile” (*) come ne vedo passare tanti e tante. Dall’apparente età di 80 anni, da giorni e giorni appena mi vede mi stringe un braccio, mi mette in un angolo e mi canta stornelli osceni. Ora io non sono propriamente un’educanda, e a volte ho trovato anche gradevoli queste rime baciate provenienti dalla saggezza popolare (mi chiedo piuttosto come mai questo popolo raccontato sempre così casto e puro e timorato abbia potuto produrre sì laide e libertine poesiole). Tuttavia se devi somministrare una verifica di fine anno a una quinta e hai appena fatto lezione in prima e ti aspettano ancora quattro classi quattro in un inferno di 38 gradi, non è propriooste sempre quel che vorresti l’esser obbligati ad ascoltare robe tipo “Per due notti ti scopai/sospiravi e godevi/poi cornuto mi facesti” (dico per dire, il tipo me ne canta tanti e tali che questo è un esempio veramente costumato). Poi mi chiede: “Ma è possibile che non la conoscevi questa? Ma dove sei vissuto?”. A volte devo far forza sul quel braccio per spostare il vecchio e guadagnare le scale antincendio per accendermi una sigaretta prima di riprendere a sbraitare –lui, credo, ancora là a canticchiare trivialità. Da qualche giorno, prima di girare gli angoli, spio l’orizzonte come i poliziotti nei telefilm. Se lo vedo in lontananza, posso anche scendere una rampa di scale e risalire da un’altra per evitare di incontrarlo.

 

*: Una persona la quale, dopo la mobilità, è stata impiegata negli enti pubblici a fare, appunto, qualcosa di utile. Poi c’è la schiera delle assistenti dei bambini in situazione di handicap mandate dalla ASL, spesso precarie: tre mesi e via, neppure il tempo di affezionarsi al caso affidatogli o che il caso stesso si affezioni a loro.

 

 


 

arisa-rosalba-pippaÈ inutile cincischiare: il nostro immaginario verbale e iconico è massicciamente influenzato dalle canzonette. Tipo io son cresciuto con carmi dell’intensità di “Liù si stendeva su di noi e ci dava un po’ di sé/ senza chiederci il perché” oppure “Piccola foglia che fai/ti lasci abbandonare”. Solo verso i 14 sono approdato ai cantautori e poi al rock’n’roll. Dunque sarei l’ultimo bipede al mondo in diritto di pontificare sull’immaginario che la canzone Sincerità di tal Arisa sta contribuendo a plasmare nelle menti dei bambini d’oggidì, comprese le mie figlie che ascoltano di continuo quest’agghiacciante pezzo nonché lo cantano nel coro di fine anno.

Vi si dice, fra l'altro:

“Un elemento imprescindibile

per una relazione stabile

Che punti all’eternità

Adesso è un rapporto davvero

Ma siamo partiti da zero

All’inizio era poca ragione

Nel vortice della passione

 

Ok, io ascoltavo i Cugini di campagna e i Teppisti dei sogni, ma almeno loro si sforzavano di elaborare una qualche immagine poetica. Cos’ha di lirico in questo linguaggio? È una terminologia da consultorio familiare con quel congiuntivo "che punti" e quel vortice. Il vortice? De che? Ovviamente “della passione”! E un elemento, mygod, IMPRESCINDIBILE??? Ma così parlano gli assistenti sociali diplomati al Professionale Femminile (con tutto il rispetto)! E poi, la parola “relazione”, che già è grottesca (da consultorio, appunto, parola asettica, descrittiva, priva di suggestione), ma perfino “stabile”: qui siamo nella lettera al giornale nella rubrica Cuori infranti di un "60enne confuso". Relazione stabile. Dopo un po' lo chiama “rapporto”. Ancora una strofa e l'avrebbe chiamata “prestazione a titolo gratuito di atteggiamento comprensivo e amorevole”. Son talmente preoccupato per la sanità mentale delle mie figlie che da un po’ di giorni leggo ad alta voce passi di Omero oppure canto a squarciagola canzoni di Piero Ciampi.

  


 

sinistra-e-liberta-logo-300x300Comunque da domani si vota. Per quanto Franceschini negli ultimi mesi abbia fatto salire la mia stima nel PD di parecchie tacche, alle provinciali voterò senz’altro il neonato movimento per la sinistra, assegnando la preferenza a Claudia Raho, già socialista, donna coltissima e libera tanto che si autodefinisce “anarchica”.

 


 

 Alle europee, crocerò il cartello con la falce e il martello poiché colà si colloca il movimento dell’ottimo Cesare Salvi Socialismo 2000, e assegnerò dunque la preferenza a Daniele Valletta, candidato per il Sud.

 

postato da: livioromano alle ore 00:42 | link | commenti (9)
categorie: stornelli, lsu , arisa, cesare salvi, socialismo 2000, claudia raho
venerdì, 22 maggio 2009

Copiate e diffondete!!!

Manifesto per il controvertice sull'economia del G8 di Lecce 12-13 giugno 2009

http://www.nog8lecce.org

Nel 2001 il G8 si riunì a Genova. Furono giorni di violenta sospensione dei diritti civili che ancora pesano nella coscienza collettiva, insieme al ricordo e al dolore per la morte di Carlo Giuliani.
Furono anche giorni in cui i “grandi della terra” snocciolarono il nuovo credo della globalizzazione liberista come fosse una nuova religione universale. A detta loro, il mondo sembrava avviato verso una marcia trionfale economica e politica: il nuovo capitalismo transnazionale avrebbe garantito profitti a tutti coloro che avessero voluto arricchirsi, grazie alle opportunità della mondializzazione. Le ricette che venivano proposte accoglievano l'invito a delocalizzare le produzioni là dove i lavoratori venivano pagati con salari da fame, menomando i diritti maturati in Occidente attraverso una politica di precarizzazione selvaggia del lavoro (loro la chiamavano “flessibilità”). Una nuova corsa al profitto veniva proposta ai possessori di capitali, sventrando Welfare e diritti maturati in anni di lotte e mobilitazioni di popolo. Una nuova panacea sembrava a disposizione del capitale globale: investire i surplus nella finanza, realizzando denaro dal denaro, dando vita ad una “architettura finanziaria globale” che avrebbe consentito di  armonizzare ogni situazione di difficoltà da parte di governi consapevolmente complici dell'inasprirsi delle disuguaglianze sociali. Oggi,  mentre i potenti della terra 
si apprestano a riunirsi a Lecce per un vertice mondiale sull'economia, è tempo di bilanci. Rispetto alle promesse del G8 di Genova, siamo di fronte ad uno scenario capovolto. Il bilancio è impietoso e la parola che risuona in tutte le zone del pianeta è una soltanto: crisi. Non una crisi di passaggio: tutti gli addetti ai lavori concordano, si tratta della crisi più grave degli ultimi 80 anni. La situazione è sotto gli occhi di tutti: milioni di lavoratori disoccupati, aziende sul lastrico o in ristrutturazione selvaggia, crescita esponenziale del debito pubblico e diminuzioni del Pil, classe media impoverita ovunque.  Non è un caso che questo processo abbia preso le mosse dalla guerra , considerata dai Paesi guida del G8 la miglior risposta all'attacco terroristico dell'11 settembre 2001. In particolare la feroce guerra in Iraq ha assorbito una impressionante quantità di denaro, il cui finanziamento è stato reso possibile dalla vendita di buoni del tesoro statunitensi sul mercato internazionale contando su una forte diminuzione dei tassi d'interesse, collegando a questa politica il via libera a prodotti finanziari sofisticati che impegnavano il consumatore a spendere un denaro inesistente, con margini di rischio nascosti da analisi di rating manipolate.
I profitti della globalizzazione hanno incrementato il divario tra Nord e Sud del pianeta, consentito speculazioni formidabili sull'ambiente e sui beni primari (a cominciare dall'acqua), imposto politiche di privatizzazione generalizzata. I profitti della globalizzazione non hanno placato la fame  e la sete nel mondo. Al contrario: ogni giorno la tragedia della sopravvivenza conquista nuovo spazio nel pianeta. La sperequazione colpisce l'organizzazione sociale: aumenta ovunque la disuguaglianza, la ricchezza è concentrata nelle mani di un pugno di uomini, mentre milioni e milioni si chiedono se domani potranno contare su un salario.
La globalizzazione neo-liberista è fallita.
E' bastato un decennio per passare dall'entusiasmo ideologico al disastro economico-finanziario, dal trionfo del capitalismo post-guerra fredda alla recessione.
Che cosa possono dire al mondo di nuovo e importante un nugolo di ministri economici e di banchieri che, in non pochi casi, hanno avuto un ruolo di primaria importanza per sospingere la situazione fine alla sua attuale condizione di crisi globale? Non è un G8 già svuotato, e neppure un G20, che possono arrogarsi il ruolo del governo mondiale dell’economia.
Noi, ricordando le tante dichiarazioni, gli appelli, i manifesti prodotti dal movimento da Seattle ad oggi, ribadiamo che la rotta dell'economia mondiale va cambiata. Le nostre preoccupazioni e le nostre dure critiche alla retorica e alla pratica della globalizzazione si sono dimostrate del tutto giustificate e fondate. Assistiamo al dibattersi dei governi in una spirale di provvedimenti di emergenza che rivelano liquidità inimmaginabili, laddove per un decennio si era detto che non esistevano materialmente le risorse per intervenire sui tanti fronti delle tragedie umanitarie e per sanare con la dovuta forza il degrado dell'ambiente, violentato da decenni di produzioni di massa avvelenate. Liquidità utilizzata per salvataggi governativi che vengono operati verso le grandi banche, le stesse che hanno inventato una miriade di prodotti finanziari derivati a danno dei consumatori. Niente sembra indicare un ridimensionamento delle industrie delle armi, voragini di denaro che alimentano insanabili divisioni tra i popoli del pianeta. Nessun piano significativo, al passo con la gravità della situazione, sembra venire dai grandi vertici mondiali. Il G20 di Londra non a caso è stato deludente e non ha portato a nessuna conclusione degna di nota.
Il vertice politico-economico del G8 si terrà in Italia, dove il Mezzogiorno si impoverisce, mentre il governo inventa diversivi mediatici per coprire l'assenza di programma economico, mentre si tagliano indispensabili risorse in tutti i settori strategici del Welfare, abbassando la qualità della vita e pregiudicando il futuro delle giovani generazioni.  Questa sostanziale incapacità di governare la crisi è peraltro accompagnata dalla promessa di opere faraoniche di dubbia utilità collettiva e di certa distruttività ambientale, indici di un titanismo di cartapesta che sembra mal comprendere la gravità e la profondità della crisi.  
Noi, ricordando che a Genova avevamo affermato che un altro mondo è possibile, troviamo improprio che le grandi potenze economiche della terra discutano tra di loro a porte chiuse, arroccate in una arrogante posizione di isolamento proprio mentre tutte le scommesse da esse giocate sulla pelle dei più deboli sono state perse. 
Nei giorni del vertice di Lecce noi saremo nelle piazze e nelle strade per discutere della crisi globale, per dare la voce a esperienze di riflessione critica e a quelle realtà che, con  progetti innovativi, stanno sperimentando  modelli economici e sociali diversi e alternativi a quelli, disastrosi, delle politiche economiche delle grandi potenze.
Saremo a Lecce per riflettere e contestare, convinti che la partecipazione diretta dei cittadini alle scelte politiche sia un diritto fondamentale che va esercitato sempre. Tanto più oggi, dentro una crisi che morde la vita di ognuno e che colpisce maggiormente le fasce più deboli.   
Oggi un altro mondo non solo è possibile, ma è necessario. Oggi vanno ascoltate le ragioni di quanti, puntando sulla creazione ed estensione di reti di comunicazione partecipate, chiedono un mutamento radicale delle politiche economiche mondiali. Facciamo appello alla società civile, ai movimenti, alle associazioni, ai sindacati e a quanti concordino con questo manifesto per dare vita a un percorso di iniziative che culmini il 12 giugno in un convegno sulla crisi globale e le alternative economiche e il 13 giugno in una manifestazione nazionale a Lecce.

Coordinamento NoG8Lecce

adesioni qui

postato da: livioromano alle ore 20:03 | link | commenti (6)
categorie: economia, lecce, no global, no g8
giovedì, 21 maggio 2009

I Volatori hanno quattro anni

Il mio amico fraterno e books-pusher Angelo Lezzi, in una delle mail in cui pubblicizza un evento nella sua libreria I Volatori, scrive anche questa notarella che io trovo molto bella e condivisibile e che egli mi ha autorizzato a pubblicare, con mia grande gioia:

lezziIn questi giorni ricorre il quarto "anniversario" della nascita della libreria I volatori. In quattro anni la libreria ha organizzato qualche centinaio di piccoli eventi: eventi musicali, letterari, corsi di scrittura creativa, reading di poesia ed altro, corsi d'inglese per bambini. Ha anche messo a disposizione i locali a chiunque facesse richiesta per dibattiti, riunioni di associazioni e tanto altro. Ovviamente tutto questo ha fatto molto piacere a chi pensa che la cultura con la c maiuscola o con la c minuscola sia indispensabile per la crescita di una piccola città e a chi crede che la cultura può anche nascere dagli atomi. SI tratta, in realtà e purtroppo, di una sparutissima minoranza di persone che non hanno fini politici (se non quelli nobili e originari, insiti nella parola politica, che vuol dire cura della propria comunità) e che hanno proprio in questa libertà la loro forza e la loro debolezza: la loro forza essendo la impossibiltà di essere addomesticati, la loro debolezza risiedendo, invece, nella costante, scientifica, monomaniaca messa al bando praticata dagli scriba cittadini. Anche loro una piccola minoranza, ma con una potenza di fuoco devastante. Gli scriba cittadini hanno loro santuari, dove si decide anche della vita e della morte civile di una persona o di un gruppo, hanno teste di ponti su ogni fiume, piazzano ambasciatori e consoli ovunque; sono trasversali politicamente, "ubiqui ai casi, onnipresenti sugli affari tenebrosi", si riproduhomer-cakecono incestuosamente (famiglia uguale casta). Sono, per forza di cose, autoreferenziali: tutto ad essi va ricondotto). Si considerano una specie protetta: cercano di proteggere i propri figli dagli olezzi del volgo sin da quando li mandano a scuola, dove fanno il diavolo a quattro per fare in modo che capitino nelle classi più profumate. Ora "comandano" loro: e quando si comanda si fa anche la guerra. A chi la pensa diversamente, a chi non appartiene alla casta, a chi si tiene fuori dai santuari perchè crede nella libertà, nello scambio libero delle idee, a chi crede che la cultura può nascere anche per sporulazione.
Vi ho fatto un pippone, direte.

E' che prima non ci credevo. Ma da quando ho aperto la libreria e ho cominciato a fare cultura sul campo di battaglia ho capito che è vero che funziona così. Eppure me l'avevano detto: "Guarda che ti faranno la guerra, tempo un anno e chiuderai". Ne sono passati quattro di anni. Io sono più vecchio ed anche un po' stanco di quattro anni fa. Ma sto qui.

grazie.
angelo lezzi

postato da: livioromano alle ore 21:45 | link | commenti (7)
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domenica, 17 maggio 2009

Odio.

La sicurezza dell’odio

di giuliomozzi

Io non ho voglia di farmi odiare dal giovanotto ivoriano che viaggia seduto su questo treno, difronte a me. Io vado a Milano a fare il mio lavoro, lui va a Brescia a cercarne uno. Ha un amico che lavora in un cantiere, gli ha detto che forse.

Io non ho voglia di farmi odiare dalla giovane coppia cinese che gestisce il bar dove vado spesso, quando ritorno da Milano che è quasi mezzanotte, a mangiare e bere qualcosa.

Io non ho voglia di farmi odiare dalle signore slave, tutte sui cinquanta e ben piantate, che viaggiano insieme a me, d’inverno prima dell’alba e d’estate nell’alba già afosa, nella prima corsa dell’autobus numero tre: io scenderò in stazione per prendere il mio treno, loro cambieranno autobus, saliranno sul sette o sul diciotto, proseguiranno per la zona industriale.

Io non ho voglia di farmi odiare dal giovanotto pakistano che tante sere, quando arrivo tardi alla pensione dove mi appoggio se mi fermo a Milano, trovo addormentato, appoggiato sul banco della reception, la testa appoggiata sulle braccia incrociate: di notte fa il portiere di notte, di giorno fa il cameriere in una pizzeria.

Io non ho voglia di farmi odiare dalla ragazza croata che è fidanzata con un mio amico triestino, e che avendo tirato troppo in lungo l’università – non per pigrizia, ma perché studia e lavora, e il lavoro stanca – ha dovuto rientrare in Croazia, e amen. È inutile che faccia le carte per un nuovo permesso di soggiorno, le hanno detto, tanto tra un paio d’anni anche la Croazia diventerà Europa, e tanto vale.

Io non ho voglia di farmi odiare dal giovanotto africano che qualche sabato fa, a Padova in Piazza delle Erbe, impacchettato in un completo nero con camicia panna, attraverso un microfono sfrigolante e amplificatori esausti spiegava a un pubblico radissimo e trincante – era l’ora dello spritz – che la crisi colpisce prima di tutto i lavoratori extracomunitari, che loro sono i primi a essere licenziati, e che dopo tre mesi di disoccupazione c’è poco fa fare, o vai via e ricominci da capo, o diventi clandestino.

Io non ho voglia di farmi odiare dal giovanotto keniota che per qualche mese ha stazionato fuori dal supermercato del mio quartiere e ha campato con l’euro o i cinquanta centesimi delle signore anziane alle quali spingeva il carrello, porta le borse, carica l’automobile: qualche settimana fa mi ha detto: «Basta questo. Adesso fabbrica, da lunedì», e mi ha mostrato il suo primo permesso di soggiorno.

Roma. Ponte di Ferro dell'Industria.

Roma. Ponte di Ferro dell'Industria.

Non so se i nostri governanti se ne rendono conto, ma la meravigliosa legge sulla sicurezza che stanno cucinando in Parlamento avrà tanti effetti, e uno sarà questo: tutti questi giovanotti e giovanotte avranno un ottimo motivo per odiarmi; per odiare me, per e odiare tutti gli altri: anche lei, signora, anche lei, signore, che state leggendo questo articolo. Certo: i giovanotti e giovanotte dei quali ho accennate le storie sono per lo più ormai a posto con le carte. Ma molti di loro hanno attraversato – non solo inizialmente – periodi più o meno lunghi di vita da clandestino: mendicando, lavorando in nero, campando in qualche modo; e sanno che potrà capitare di nuovo: basta perdere il lavoro.

Ci sono persone che partono da luoghi lontanissimi e affrontano viaggi tremendi per arrivare qui in Italia, e magari attraverso l’Italia arrivare altrove: perché a casa loro, semplicemente, si muore di fame, o si combatte una guerra assurda. Queste sono le persone che noi – noi: li abbiamo ben eletti, questi governanti – rispediamo indietro nei loro barconi che fanno acqua; le persone alle quali abbiamo già negato per legge una quantità di diritti, diritti che ciascuna persona ha al di là di qualsiasi legge perché è una persona e non una cosa, e alle quali ora ci apprestiamo a negarne altri ancora.

Pensate solo – signore, signora che leggete – quanto ci odieranno le mamme che non riusciranno a tenersi i figli; pensate quanto ci odieranno tra dieci, quindici, venti anni, quando avranno capacità di capire, i figli tolti alle madri subito dopo il parto e resi istantaneamente adottabili. Questa legge che si sta cucinando in Parlamento è ben pensata: non ci fa odiare solo oggi, addirittura programma un calendario dell’odio per i prossimi dieci, quindici, venti anni.

Signora, signore che leggete. Io non vi chiedo di voler bene a queste persone che arrivano qui fuggendo dalla fame e dalla guerra. Non vi chiedo di avere compassione per loro. Non vi chiedo di interrogarvi su quale politica dell’immigrazione sia opportuna per l’Italia. Non vi chiedo di domandarvi se sia buono o cattivo per l’Italia, un futuro «multietnico» (come se non lo fosse già il presente).

Vi chiedo, semplicemente, di domandarvi se una legge che programma una tale produzione di odio contro di noi sia, effettivamente, una legge per la nostra sicurezza.

postato da: livioromano alle ore 10:50 | link | commenti (4)
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martedì, 12 maggio 2009

Se foste

Pochi, pochissimi Spessotti: inutile insistere. Beati voi. Mi è arrivato questo pezzo che mi sembra drammaticamente bello.ballen

Se voi foste persone normali.
Se foste un rom, quella di Salvini non vi apparirebbe come la sortita delirante di un imbecille da ridicolizzare.
Se foste un musulmano, o un africano, o comunque un uomo dalla pelle scura, il pacchetto sicurezza non lo prendereste solo come l'ennesima sortita di un governo populista e conservatore, eccessiva ma tutto sommato veniale.
Se foste un lavoratore che guadagna il pane per sé e per i suoi figli su un'impalcatura, l'annacquamento delle leggi sulla sicurezza nei luoghi di lavoro non lo dimentichereste il giorno dopo per occuparvi di altro.
Se foste migrante, il rinvio verso la condanna a morte, la fame o la schiavitu, non provocherebbe solo il sussulto di un'indignazione passeggera.
Se foste ebreo sul serio, un politico xenofobo, razzista e malvagio fino alla ferocia non vi sembrerebbe qualcuno da lusingare solo perché si dichiara amico di Israele.
Se foste un politico che ritiene il proprio impegno un servizio ai cittadini, fareste un'opposizione senza quartiere ad un governo autoritario, xenofobo, razzista, vigliacco e malvagio. 
Se foste un uomo di sinistra, di qualsiasi sinistra, non vi balocchereste con questioni di lana caprina od orgogli identitari di natura narcisistica e vi dedichereste anima e corpo a combattere le ingiustizie.
Se foste veri cristiani, rifiutereste di vedere rappresentati i valori della famiglia da notori puttanieri pluridivorziati ingozzati e corrotti dalla peggior ipocrisia. 
Se foste italiani decenti, rifiutereste di vedere il vostro bel paese avvitarsi intorno al priapismo mentale impotente di un omino ridicolo gasato da un ego ipertrofico.
Se foste padri, madri, nonne e nonni che hanno cura per la vita dei loro figli e nipoti, non vendereste il loro futuro in cambio dei trenta denari di promesse virtuali.
Se foste esseri umani degni di questo nome, avreste vergogna di tutto questo schifo.

Moni Ovadia

postato da: livioromano alle ore 22:01 | link | commenti (3)
categorie: moni ovadia, se voi foste persone normali
domenica, 10 maggio 2009

Petizione

caposselaIl mio amore per Capossela è recente. Comincia con quella gemma che è Ovunque proteggi, disco così bello che mi fece ricredere sul conto di un autore che, prima d'allora, praticamente non sopportavo.

Ora io lancio qui una petizione. Chiunque si senta della banda di Spessotto, firma nei commenti (sono accettati anche i nick). Chiunque si ritrovi nelle parole di questa canzone. Non intendo un generico sentirsi "diversi". Dico proprio la sensazione di esser nati già con la palla dentro il canotto. (P.s.: Capossela è del '65, praticamente un mio coetaneo. Ci fossimo incontrati alle elementari -io col mio grembiule sbrindellato, i capelli per aria, la pagella -pessima- del catechismo che mi volò via appena fuori dalla parrocchia: saremmo diventati di sicuro grandi amici).

Siamo dalla parte di Spessotto, da appena nati dalla parte di sotto,
senza colletto, senza la scrima, senza il riguardo delle bambine
.
Dalla parte di Spessotto il tè di ieri riscaldato alle otto,
i compiti fatti in cucina nella luce bassa della sera prima.
Dalla parte di Spessotto con la palla dentro il canotto,
col doppiofondo nella giacchetta, col grembiule senza il fiocco.
Timorati del domani, timorati dello sbocco,
siamo dalla parte di Spessotto.
Siamo la stirpe di Zoquastro, i perenni votati all'impiastro,
sulla stufa asciuga l'inchiostro dei fogli caduti nel fosso salmastro.
Dalla parte della colletta, dell'acqua riusata nella vascetta,
il telefono col lucchetto e per natale niente bicicletta.
Dalla parte di Spessotto e se non funziona vuol dire che è rotto,
dalla parte del porcavacca e se nn lo capisci allora lo spacchi.

L'oscurità come un gendarme già mi afferra l'anima,
attardàti qui in mezzo alla via,
non siamo per Davide, siamo per Golia.

Non per Davide e la sua scriva,
non per i primi anche alla dottrina,
con il tarlo dentro all'orecchio
la flanellusi che ci mangia il letto,
con i peccati da regolare le penitenze da sistemare,
sei anni e sei già perduto
e quando t'interrogano rimani muto, muto.
Dalla parte di spessotto,
che non la dicono non chiara che non la dico non vera
che non la dico non sincera, tieniti i guai nei salvadanai,
se resti zitto mai mentirai.
Adamo nobile, Carmine equivoco,
Rocco Crocco e la banda Spessotto,
imboscati in fondo alla stiva,
negli ultimi banchi della fila,
abbagliati dalla balena, nella pancia della falena,
clandestini sopra alla schiena,
gettati al mare delle anime in pena,
evasi dal compito, evasi dall'ordine,
imbrandati sotto a un trastino,
a giocarcela a nascondino di soppiatto allo sguardo divino.

E il paradiso nostro è questo qua,
fuori dalla grazia, fuori dal giardino.
Va la notte che verrà non siamo più figli del ciel,
figli del ciel, figli del cielo,
ma di quei farabutti di Adamo e di Eva.

L'oscurità come un gendarme già mi afferra l'anima,
ha tardato qui in mezzo alla via, già mi prende e mi porta

Dalla parte di Spessotto, dalla parte finita di sotto,
ma siamo tutti finiti per terra, tutti a reggerci le budella,
gli ubriachi, brutti dannati, ma pure i sobri, belli fortunati.
E quando verrà il giorno che avrò il giudizio,
dirò da che parte è intricato il mio vizio,
per che pena pagherò il dazio, in che risma sono dall'inizio.

Da che giorno ho levato il mio canto
da che pietra dato fuoco al pianto
perchè cielo ho sparso il mio botto
non da Davide solo da Spessotto..

E il paradiso nostro è questo quà fino alla notte che verrà
non siamo più figli del ciel, figli del cielo non da Davide
solo da Spessotto!

 

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categorie: capossela, spessotto
lunedì, 04 maggio 2009

Porto di mare, again and again

portologo_france3Il libretto di docu-fiction del lontano 2002 del quale sono così orgoglioso continua a camminare. Oggi, con la complicità del vecchio buon Winspeare, ho trascorso il pomeriggio a rispondere alle domande della simpatica troupe di Thalassa, storico programma di TV France3, nonché a scarrozzarli per bellezze e obbrobri di questa penisoletta protesa sul Mediterraneo (ormai mi sono arreso: quando mi cercano per Porto di mare, devo indossare i panni del paladino dell'ambiente, quando mi cercano per Mistandivò devo fare l'avanguardista-sperimentatore-eterno-vitellone, per finire con la posa da conoscitore della coppia moderna se giornalisti e organizzatori di eventi voglion disquisire di Niente da ridere).

Molto divertente, non fosse che da un lato io non parlo una parola di francese, e loro, i grand reporter, neanche una non dico di italiano, ma neppure di inglese. Fortuna che la frizzante Carolina, ispettrice di produzione romana che sembra giusto uscita da questo articolo, ha fatto i salti mortali per tradurre in tempo reale i discorsi che facevamo prima delle riprese, nonché, dopo gli stop, il fiume di parole che emanavo durante le stesse.

Inutile ribadire che gli stranieri son sbigottiti dalla nostra inerzia di fronte allo scempio della vita pubblica italiana: l'abbiamo detto tantissime volte, no?

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categorie: edoardo winspeare, porto di mare, france 3
domenica, 03 maggio 2009

Forty years old

Questo pezzo è uscito sul numero di febbraio della rivista A Levante nonché, in forma ridotta, sul periodico di cultura enologica Alceo (curato dall'ottimo Omar Di Monopoli).


SuperStock_456-1547~Stress-Reducer-PostersProfessore: Qualsiasi cosa decida, vada a studiare a Londra, a Parigi! Vada in America, se ha le possibilità. Ma lasci questo Paese. L’Italia è un Paese da distruggere;

un posto bello e inutile, destinato a morire.

Studente: Cioè secondo lei tra un poco ci sarà un’apocalisse?

Professore: E magari ci fosse, almeno saremmo tutti costretti a ricostruire. Invece qui rimane tutto immobile, uguale, in mano ai dinosauri. Dia retta, vada via.

Studente: E allora professore perché rimane?

Professore: Come perché? Mio caro, Io sono uno dei dinosauri da distruggere!

(La meglio Gioventù - M. Tullio Giordana, 2003)

 

Tempo fa mi ha colpito la riflessione di una mamma intorno alla cinquantina. Al cospetto del fenomeno che vedeva allontanarsi uno dopo l’altro i figli, verso gli studi universitari e, poi, verso il lavoro: lei chiosava che tocca adattarsi a questa “cosa innaturale, ché la naturalità sarebbe di tenerseli vicinissimi”. Personalmente non ho dubbi che verrà un’epoca in cui io stesso bramerò segretamente che le mie, di figlie, restino a vivere nel raggio di cinque chilometri da me, e però quell’affermazione fatta di sguincio ha fatto lavorare i miei pensieri. Che cosa è davvero naturale, alla fine? Intestardirsi masochisticamente a vivere in un posto senza alcuna prospettiva esistenziale e professionale oppure andare a cercare la propria strada lì dove le condizioni ambientali permettono la realizzazione delle proprie aspirazioni? Io dieci anni fa ho scritto un libro che ha avuto molta fortuna perché rappresentava il manifesto di una generazione, la mia, la quale, dopo diverse e non sempre gloriose peregrinazioni in giro per l’Italia, invariabilmente sentiva il richiamo della foresta eForty tornava a vivere al sud. Mi è capitato recentemente di intrattenere un’intensa frequentazione con centinaia e centinaia di ragazzi italiani che, come tutti, hanno un “profilo” su Facebook. Tralascio i motivi per cui ho deciso di abbandonare quel mezzo sorprendente (di “suicidarmi”, come si dice in quella porzione di mondo). Già la galassia dei blog mi aveva offerto più di uno spunto su cui meditare. Ma è in Facebook che tocchi con mano la sacrosanta verità: i ragazzi fra i venticinque e i trentadue o trentatré anni, oggi, quel quesito dilaniante che ha afflitto i miei coetanei –se tornare o meno- non se lo son proprio mai posto. Forse molti di noi che son tornati hanno acciuffato al volo davvero l’ultimo treno disponibile per immaginare di progettare una vita dignitosa anche nella profonda provincia del meridione italiano. Noi cresciuti negli anni Ottanta, del resto, siamo uomini e donne dalle idee piuttosto confuse. Con uno Spirito del Tempo che prescriveva unicamente studi economici e carriere nella finanza, con la mitografia yuppie della Saab e della giacca e cravatta, con i professori che facevano a gara a considerare i pochi i quali s’azzardavano a proporsi per studi umanistici come dei candidati all’utenza del CIM: partimmo in massa alla conquista della Borsa e tornammo altrettanto sgangheratamente con lavori quali cameraman, autista di cisterna di bitume, scultore della pietra leccese, marinaio, gestore di videoteca. Pochi altri si sono affrettati a entrare nella pubblica amministrazione e chi è rimasto fuori peggio per lui, quel che è stato è stato, dopo quei due o tre anni: porte chiuse per tutti. Ebbene, questo dilemma per chi è nato nel 1980 non esiste proprio. Magari hanno studiato al sud. Nessuno di loro ha vissuto come catastroficamente indifferibile lo spostarsi in una grande città del nord. Eravamo noi, quelli che volevano andare a provare la vita spericolata –in un’epoca in cui anzitutto il Salento non esisteva come categoria dello spirito, e se pure si prendeva in considerazione un’indefinita “provincia di Lecce”: i locali disponibili erano il Tam Tam di Tricase, l’Arci, il Burghy e un orrendo “videopub” nel capoluogo. Loro no. Loro hanno avuto sottomano ogni intrattenimento e possibilità di consumo culturale immaginabile. Soprattutto: loro son cresciuti non guardando al Mondo attraverso le pagine dei grandi giornali e i filtri degli opinion leaders. Per loro il mondo è stato da subito a portata di click, subito dietro lo schermo di internet, subito dietro il gate di un volo low cost della durata di un’ora. Loro, prendono lo zaino e se ne vanno. Sei mesi a Utrecht, un anno a Milano, tre mesi a Barcellona, un altro anno a Glasgow. Si spostano dentro l’Europa come noi ci spostavamo fra le città del Nord Italia. Un paio d’anni fa, in un locale di Londra, sembrava di stare a Bologna nel 1988. Nelle osterie della Vecchia Signora potevi ascoltare tutti gli accenti italiani disponibili. Al Mama Jo Jo si parlava inglese ma un ventenne era cipriota, un altro ateniese, un altro siciliano, e irlandesi portoghesi turchi francesi. Cittadini di un’unica grande nazione che è ormai l’Europa. Vai nei loro blog e scopri che solo due mesi prima guardavano il Tamigi dalla finestra della City e spostavano miliardi da un paese arabo all’India. Ora si son trasferiti nelle Fiandre dove collaborano a un progetto di cooperazione internazionale –neppure sospettando quella che noi definiremmo una “contraddizione stress2ideologica” presente dentro questo cambio di prospettiva. Dal canto mio, fanno benissimo. Non mostrano alcuna nostalgia per la terra fiorita e non sono sfiorati dalle lagne sulle radici e sul sole. Comprano biciclette usate e galoche e scorrazzano per il Belgio con la pioggia torrenziale che li innaffia mentre la mamma, a casa, non ti farebbe uscire con un po’ di acquerugiola se non munito di Lancia Y climatizzata. Hanno imparato dai loro coetanei esteri che leggere è un piacere –mentre nel loro  Paese natale ci si continua ad alienare con il calcio i reality show i varietà. E continuano a studiare tanto e volentieri, se glielo si lascia fare. Invece di mettersi in fila dagli orrendi baronetti locali che stipulano “joint-ventures” a nome dell’Università con i mini-Berlusconi che abbiamo: loro, i venti-trentenni, semplicemente fanno una domanda on line e dopo una settimana vengono accolti a Parigi a fare un dottorato. Cos’altro potrebbero fare? Scotennarsi l’anima dietro allo sciocchezzaio provinciale, dietro ai dibattiti infiniti Pellegrino Alla Provincia I Pro E I Contro? O dietro a quelli, per certi versi più atroci, della politicuzza italiana, le riformette di Tremonti, le battutacce di Berlusconi, la malinconia di Veltroni che continua a sorridere sghembo mentre la nave affonda? Dovrebbero continuare a vivere con i genitori e aspettare il concorso alla Regione con quindicimila partecipanti? Abbiamo tutto da imparare, noi, da questi ragazzi. Da Raffaele che fa il veterinario ad Amsterdam e legge Tolstoj e da Massimiliano che studia glottologia a Tokyo e sta per trasferirsi nell’Arkansas. Da Anna che sta nell’ufficio stampa della Procter & Gamble di Copenhagen e da Annalisa che ha aperto una bottega di pupazzi di stoffa a Islington, Londra. L’uomo ha sempre migrato. Quando la cultura cui appartiene comincia a declinare, o semplicemente quando non c’è più una lira oppure si possiede la lucidità di vivere come “innaturale” la convivenza con i genitori che ti passano la paghetta dopo i venticinque anni: l’uomo e, grazie al Cielo, la donna vanno via. Partitevene ragazzi, finché siete in tempo. Noi continueremo a sorbirci le notti della taranta e le focare e le menate “identitarie” ma sappiamo già che non è il caso che neppure ve ne informiamo, tramite Skype o le meraviglie tecnologiche che verranno. Voi alzereste le spalle, ci indirizzereste un sorriso di circostanza, poi vi avviereste disinvolti a mangiare le quaglie dall’amico pakistano all’angolo fra rue Borsbeek e Hemiksem avenue a Bruxelles.

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mercoledì, 29 aprile 2009

Suicide generation

0000-1278~Manifesto-per-sigarette-Lucky-Strike-PostersEcco, sono andato a ripescare un libro letto tantissimo tempo fa perché mi ricordavo di questo editore John Wolf e di quello che di lui scrive Irving nelle ultime pagine del romanzo (nonché di quella trovata del tubo di platica in clinica che è l'ennesimo colpo di scena comicissimo di una storia scatenata).

Perché ho l'impressione che quelli della mia generazione siano un po' tutti attraversati da profonda inquietudine e cupo pessimismo ancorché donne e uomini che definiresti coscienziosi ed eleganti. Mal de vivre che "tramortiamo" (anche) fumando come dannati. Non quelli tre-quattro anni più giovani né quelli tre-quattro anni più vecchi. Esattamente noi nati fra il 1966 e il 1970. Siamo gli unici al mondo a continuare a fumare senza la benché minima intenzione di smettere. Giorni fa ho notato a una cena che si fumava in 18 su 18. I ragazzi di 30 anni non fumano. I 50enni hanno smesso da tempo immemore. Noi si continua impenitenti e goduriosi. Qualcosa significherà.

[Conosco anche intere comitive di amici quarantenni che non fumano né lo hanno mai fatto, e noto quest'altra cosa: che hanno un che di diverso nel grugno e nello scintillio delle pupille, un'assenza di autolesionismo che li ha accompagnati fin dalla culla e che ha impedito loro di fare le moltissime sciocchezze che quelli quanto me hanno un po' tutti fatto, e anzi di realizzare un mucchio di trionfi].

"John Wolf morì di cancro ai polmoni a New York, in età ancora relativamente giovane. Era stato un uomo accorto, coscienzioso, attento e anche elegante –per buona parte della sua vita- ma la sua profonda inquietudine e il suo cupo pessimismo potevano venir tramortiti e travestiti solo fumando tre pacchetti di sigarette senza filtro al giorno, fin da quando egli aveva diciotto anni. Come molti uomini che lavorano sodo e conversano con aria pacata e padronanza di sé, John Wolf fumava tanto da ammazzarsi. […] Wolf era ricoverato in una clinica privata di New York e, talvolta, fumava una sigaretta attraverso il tubo di platica che gli avevano inserito in gola".

irving583Da Il mondo secondo Garp, di John Irving, 1978

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categorie: sigarette, john irving
lunedì, 27 aprile 2009

Scarpe, Avvocati, pianiste sublimi e manager (senza le sigarette).

·         Il Signor G. durante un convegno disse, una volta, con la sua faccia furba e il ghigno sardonico: “Questo progetto disegnato da un geometra della Marina”. Mentre diceva geometra, le labbra gli si storcevano. Pareva che quella parola proprio non volesse venir fuori eppure il Signor G. era costretto a sputarla. Geometra. Tutto il suo io esprimeva il profondissimo disgusto, lo stigma, la ripugnanza nei confronti non tanto e non solo per quel geometra, bensì per la categoria dei travet diplomati che affollano il Pubblico Impiego. Io mi immaginai ‘sto povero cristo di marinaio cui era stato chiesto di disegnare una palazzina a picco sul mare. In particolare, credetti di vederlo –cinquantenne o poco più- sulla corriera che lo riportava a casa. Egli andava su e giù da ventidue anni. La moglie casalinga, i suoi figli erano cresciuti in fretta. Uno s’era arruolato nella stessa Marina –Sommergibili. L’altro, s’era laureato in Legge e vagava per gli studi cittadini provando a carpire i segreti dei Grandi Maestri Giureconsulti (segreti che al giovane avvocato parevano appartenere alla Razza Altera come infusi per decreto divino, trasmessi per via ereditaria, lo si capiva da come procedevano nelle aule dei Tribunali tanto i vecchi quanto i giovani, così sicuri di sé e sprezzanti della Gleba). Ma nonostante l’andatura un po’ adunca, quel giovane legale era l’orgoglio del geometra della Marina disegnatore di palazzine, io credetti di vedere.

L’altro giorno il Signor G. –il qual pure talvolta declama arguzie quali “Onoriamo i morti che son morti dalla parte giusta. Gli altri li rispettiamo, ma non li onoriamo”, scatenando i plausi del corteo partigiano- ebbene l’altro giorno il signor G. ha storto nuovamente le labbra, stavolta più schifato del solito. I voltagabbana, ha detto, i trasformisti cambiabandiera non lo fanno indignare. Semmai è una questione di estetica. Una cosa brutta da vedere, ma nessuna indignazione. Eppure non il parlar del voltagabbana lo schifava, dal momento che discettar di lui evidentemente lo divertiva, non gli faceva venire la bocca storta. Il raccapriccio gl’avanza in viso pcidopo, quando fa un esempio di scuola di cotal attentato alla bellezza. Ché lui capisce se uno passa da una parte all’altra quando trattasi –bocca storta, fisionomia sfigurata- di piccolo borghesi che col gettone di presenza in Consiglio arrotondano il magro reddito. Lui, costoro: li capisce. Gli fanno francamente ribrezzo non in quanto traditori, né in quanto mediocri. Il Signor G. manifesta fastidio proprio perché suddetti piccolo borghesi esistono. Si permettono di frapporsi fra la Razza Altera e la Gleba, coi loro stipendiucci e i loro diplomucci. Si percepisce che il Signor G. preferirebbe che questi impiegatucoli non fossero mai nati, né che ne abbiano a nascere da qui all’eternità, quando di lì a poco dichiara non la comprensione, e neppure l’indignazione o la mancanza di indignazione, bensì lo sconcerto infinito che provoca in lui lo spettacolo di rampolli dell’alta borghesia cittadina, ottimi professionisti, eccellenti famiglie (le braccia disegnano nel cielo arcate maestose, la voce si fa tonante, solenne): i quali, ops!, pur’essi trasmigrano. Zompettano come allodole dall’uno all’altro schieramento. Che attentato alla bellezza. Che spettacolo abietto.

E mentre il Signor G. storce la bocca, lo Psiconano furoreggia in tv, fa irritare la regina Elisabetta che suona come la bestemmia salentina “Tu faresti irritare perfino il Cristo dei Cieli”, convoca G8 sulle macerie ché i no global non vengano a rompere i maroni, candida attrici e ballerine, pensa di chiamare il 25 Aprile “Giorno della Libertà”.


·        Con Francesco Savio, il quale esordirà in ottobre con un romanzo assai bello per le edizioni peQuod, ci divertiamo a discutere di altissima letteratura così come di scemenze. Ché poi, quando parli di scarpe, è mica una scemenza. Insomma penso sempre che quest’oggetto con cui copriamo le fette comunichi al mondo molto di più di qualsiasi discorso. Senza menarla troppo (e sì che ne avrei, praticamente potrei scrivere per trenta pagine, di scarpe e di portatori di scarpe), per fare un esempio facile facile, non trovate che ci sia un abisso di cultura mentalità sensibilità modo di stare al mondo fra chi solca l’esistenza arrampicato su affari così

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      e chi invece indossa sneakers così?

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     No, ditemi voi se non c’è un mondo che divide i bipedi in questione.

 


·        scardiaNell’inesorabile spleen di aprile, intanto, un disco sublime, durante i giri in macchina, coccola, come scriverebbe Franzen, il mio lobo encefalico frontale specificamente deputato all’elaborazione delle emozioni profonde. Si tratta di I giorni del vento, della pianista Irene Scardia. Capolavoro assoluto.

 


·        Nicola Papa, economista scrittore e pianista a sua volta, attentissimo ai tic linguistici italici, mi avverte che i manager non dicono più fiducioso bensì confidente, non coerente ma coesistente. Bando a questo ha senso a favore di un inquietante questo FA senso. Piccoli segnali della barbarie in atto.

 


·        Se mia sorella mi porta ‘sto libretto che vo cercando, fra qualche giorno ne scrivo qualcuna sulle sigarette. Intanto, abbiate una buona settimana.

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categorie: , scarpe, francesco savio, nicola papa, irene scardia
lunedì, 20 aprile 2009

Libero passaggio

calicetifutManifesto futurista situazionista ZTT09 del libero passeggio
Giuseppe Caliceti

1. Noi vogliamo camminare e per le nostre città e le nostre campagne, le nostre spiagge e le nostre montagne, senza importunare e senza essere importunati da sindaci sceriffo e rondisti da battaglia.

2. Noi vogliamo abitare liberamente il pubblico territorio in cui viviamo e percorrere liberamente il pubblico territorio che attraverseremo nei nostri viaggi per mare, per cielo, per terra.

3. Noi ci schieriamo in modo non violento, ma fermamente, contro il decreto ministeriale dello Stato italiano del 5 agosto 2008 che ha definito la figura dei “sindaci sceriffo” e il nuovo decreto sicurezza Maroni (dl.733) ancora in fase di approvazione, ma che ha già portato ad un inasprimento del controllo anche in scala locale.

4. Noi non vogliamo che nelle nostre città venga ulteriormente limitato l’uso delle principali piazze per cortei e manifestazioni pubbliche nei fine settimana o in altri giorni, né che siano annunciati da chicchessia divieti fisici oltre che simbolici quali quello di sedersi sui monumenti e gli edifici pubblici.

5. Noi vogliamo guardare toccare ascoltare annusare, con tutti i nostri sensi i nostri pubblici monumenti ed edifici perché, in quanto pubblici, ci appartengono; appartengono alla comunità e quindi appartengono a ognuno di noi.

6. Noi ci sentiamo responsabili né più né meno che gli altri cittadini nel pretendere rispetto verso luoghi e monumenti pubblici che sono legati in modo indissolubile al nostro spazio-tempo presente-passato- futuro.

7. Noi pretendiamo addirittura, volendo, di abbracciare colonne e di baciarle, di poter parlare con loro e ascoltare la loro voce invisibile, senza per questo essere considerati né pazzi né criminali.

8. Noi non pesteremo le aiuole, se è di questo che qualcuno ha paura; né intendiamo farci i bagni nelle pubbliche fontane, nonostante qualcuno abbia fatto ironia su questo per offendere gli immigrati. Noi non proviamo odio né rancore di alcuna risma, alla vista di un cittadino italiano di origine straniera camminare o correre o cantare o divertirsi senza far male ad alcuno nelle nostre città; anzi, se c’è un po’ di intorno a noi ci sentiamo più felici.

9. Noi abbiamo a cuore la difesa e la tutela delle libertà comuni e intendiamo protestare a oltranza contro chiunque intenda metterle in discussione.

10. Noi non tollereremo che qualcuno si impossessi di ciò che, in quanto bene comune, è anche nostro. E difenderemo con tutto il nostro coraggio e la nostra fantasia chi, in modo arbitrario, intenda rovinarlo o privarcene.

Reggio Emilia, 18 Aprile 2009,
in occasione della Ronda dell’Oca

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Da qualche giorno stavo pensando la stessa cosa anch'io...

Questo pezzo, partito da Facebook, gira in rete da giorni ed è stato commentato da Adriano Sofri sulla Repubblica.

IO NON DARO' NEANCHE UN CENTESIMO

di Giacomo Di Girolamo

Scusate, ma io non darò neanche un centesimo di euro a favore di chi raccoglie fondi per le popolazioni terremotate in Abruzzo. So che la mia suona come una bestemmia. E che di solito si sbandiera il contrario, senza il pudore che la carità richiede. Ma io ho deciso. Non telefonerò a nessun numero che mi sottrarrà due euro dal mio conto telefonico, non manderò nessun sms al costo di un euro. Non partiranno bonifici, né versamenti alle poste. Non ho posti letto da offrire, case al mare da destinare a famigliole bisognose, né vecchi vestiti, peraltro ormai passati di moda.

Ho resistito agli appelli dei vip, ai minuti di silenzio dei calciatori, alle testimonia35669273_laquila_0528nze dei politici, al pianto in diretta del premier. Non mi hanno impressionato i palinsesti travolti, le dirette no – stop, le scritte in sovrimpressione durante gli show della sera. Non do un euro. E credo che questo sia il più grande gesto di civiltà, che in questo momento, da italiano, io possa fare.

Non do un euro perché è la beneficienza che rovina questo Paese, lo stereotipo dell’italiano generoso, del popolo pasticcione che ne combina di cotte e di crude, e poi però sa farsi perdonare tutto con questi slanci nei momenti delle tragedie. Ecco, io sono stanco di questa Italia. Non voglio che si perdoni più nulla. La generosità, purtroppo, la beneficienza, fa da pretesto. Siamo ancora lì, fermi sull’orlo del pozzo di Alfredino, a vedere come va a finire, stringendoci l’uno con l’altro. Soffriamo (e offriamo) una compassione autentica. Ma non ci siamo mossi di un centimetro.

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Randall Munroe

bored_with_the_internet
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lunedì, 13 aprile 2009

I dieci comandamenti

expolibroL'infaticabile Ines Pierucci e i Presìdi del libro organizzano,presìdi del libro all'interno, di Expolibro 2009, venerdì 17 aprile, un reading curato interamente da attori del Kismet i quali leggeranno dieci brani di altrettanti autori che rimandino riguardino e trattino un diverso comandamento.

roccoRocco Capri Chiumarulo leggerà uno stralcio di Niente da ridere, per il comandamento

Non desiderare la donna d'altri.

Chiunque sia nei paraggi è naturalmente invitato.

 


 

Dal 16 al 19 aprile a Bari Libri e Letterature dei Paesi dell'Est Europa
Da Giovedì 16 a domenica 19 Aprile, presso la Fiera del Levante di Bari, nell’ambito di Expolevante 2009, Fiera internazionale per il tempo libero, sport, turismo e vacanze, ritorna “ExpoLibro” edizione 2009. Salone culturale dedicato a lettori, scrittori, editori, e a tutti gli libri_02_0304_dappassionati del settore, diretto ancora una volta dal critico Carlo Gentile. Questa edizione avrà come tema centrale “East Side: Libri e Letterature dei Paesi dell'Est Europa”. Una mostra - mercato di case editrici e pubblicazioni dei Balcani e dei Paesi dell'Est Europa: Albania, Bulgaria, Croatia, Macedonia, Montenegro, Serbia, Grecia, Moldova, Slovenia, Bosnia, Romania, Ungheria, Repubblica Ceca, Repubblica Slovacca, Polonia, Bielorussia ed Ucraina. Un evento unico in Italia, una sorta di ampliato “Corridoio 8” della cultura, che vedrà anche la presenza di scrittori e rappresentanti istituzionali italiani, europei e di molti dei Paesi interessati, che durante i quattro giorni della manifestazione presenteranno al pubblico ed alla stampa libri ed iniziative.

Previsti degli atelier di scrittura riservati ai ragazzi delle scuole superiori che potranno confrontarsi con autori di libri. Ogni giorno, inotlre sarà presentato un volume dedicato al mare nell’ambito di un progetto realizzato con l’Associazione “Un Mare d’inchiostro”. Non mancheranno incontri che faranno il punto sullo stato della distribuzione libraria, cosi come è prevista grande partecipazione anche per East Side, una mostra-mercato su pubblicazioni riguardanti i Balcani e l’Europa dell’Est.

Sabato 18 aprile è prevista la audio/videoconferenza sullo “Stato della Letteratura nell’Europa dei 25”. Oltre agli stand di Case Editrici Italiane, una particolare attenzione sarà anche dedicata a quelle specializzate in Libri per l’Infanzia e i Ragazzi, attraverso quattro incontri con gli autori (due italiani e due stranieri) ed un Atelier di Scrittura per Ragazzi.

Domenica 19 aprile gran finale con “La notte dei libri viventi”: 30 persone del pubblico avranno la possibilità di leggere per 4 minuti un brano rappresentativo del libro che hanno più amato.
Le iscrizioni sono possibili via e-mail (expolevante@fieradellevante.it) sino al 15 aprile.

La fiera sarà aperta dalle ore 10 fino alle ore 22. Ingresso gratuito.

Fiera del Levante
Ingresso Monumentale- Orientale - Bari
Info: 0805366111
mercoledì, 08 aprile 2009

Le porte dell'Occidente

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sabato, 28 marzo 2009

Un tavolo

giornalismoCara* M.,

ho aspettato un po' prima di rispondere al tuo commento sui bruttissimi modi di dire del gergo giornalistico perché volevo tenere il più possibile l'epitaffio di Jonathan Franzen Su David Foster Wallace. Sì, quelli che indichi son decisamente immondi. Ma senti un po' queste altre espressioni che sono un po' create dai giornalisti un po' da essi stessi riprese dalle dichiarazioni dei politicanti che ci governano -espressioni le quali, ahimé, sono entrate nel linguaggio comune, imbastardendolo come si sta imbastardendo un po' tutta questa benedetta società italiana (traggo spunto anche da un pezzo di Guido Quaranta apparso su un Espresso di un mesetto fa):

-Tutti i vari sostenibile, specifico, condiviso, autoreferenziale. Lo dicono sempre e a sproposito. Una cosa è buona? Diventa sostenibile. E' cattiva: autoreferenziale. Luhmann si rivolta nella tomba tutte le volte.

-Veicolare , relativizzare (yes, relativizziamo tutto, per carità, siamo o non siamo italiani?), approcciare, cantierizzare, massimizzare.

-"E' giunta l'ora di abbassare i toni", "ognuno deve fare la sua parte", "Ci vuole un bagno di umiltà", "Il partito dei territori", "Solipsismo del leader". Da noi va poi molto di moda l'obbrobrioso "Convocare un tavolo" che la casalinga di Melissano si chiede se la sua amata tavola sopra la quale stende la pasta per le orecchiette possa esser addirittura invocata, se è uno dei nuovi poteri magici del berlusconismo (ma l'espressione è usata in maniera politicamente ecumenica, e anzi rilevo che la tendenza a farsi scudo di queste ignominie lessicali è soprattutto a sinistra, ed è anche per questo che continua a perdere).

-Governance (ludibrio estremo!), bipartisan, emergenziale, calendarizzazione, evento che detta l'agenda che uno si immagina l'agenda di similpelle che ti regala la banca sopra la quale misteriosamente si materializzano appunti e appuntamenti riguardanti inceneritori, riunioni elettorali, programmi di manifestazioni culturali organizzate con spreco di denaro pubblico a vantaggio dei furbetti che fanno della cultura un mestiere lucrosissimo.

Inoltre guardate cosa segnala Giulio Mozzi in Vibrisse:

Si può notare che la prima riforma - prettamente linguistica - attuata dal nuovo partito consiste nell’abolizione della preposizione “di” (sia nella forma semplice, sia nelle forme articolate).

Venerdì’ 27 marzo
Ore 17.00 Apertura lavori
Ore 18.00 Intervento Silvio Berlusconi

Pausa lavori per cena

Ore 23.00 Chiusura lavori

Sabato 28 marzo
Ore 9.30 Apertura lavori
Ore 12.30 Intervento Gianfranco Fini

Pausa lavori per colazione

Ore 18.00 Intervento Renato Schifani
Nel corso della giornata sono previsti gli interventi di Ministri, Capigruppo Camera, Senato e Parlamento Europeo

Pausa lavori per cena

Ore 21.30 Dibattito
Ore 23.30 Chiusura lavori

Domenica 29 marzo
Ore 9.30 Apertura lavori
Ore 11.00 Intervento conclusivo On. Silvio Berlusconi e votazioni conclusive

Ore 14.00 Termine lavori

La persistenza della preposizione nell’espressione “interventi di Ministri” è un evidente residuo: e sta lì a mostrare che l’innovazione è in corso, ma c’è ancora tanto lavoro da fare.

Notiamo infine come il presidente dell’attuale governo, diversamente da quanti entrano in conclave papi e ne escono cardinali, entri nel congresso da semplice cittadino e ne esca onorevole.

(aspetto altre espressioni simili, se ne avete)

*: cosa sarebbe la nostra vita se non esistessero gli eufemismi?

postato da: livioromano alle ore 12:03 | link | commenti (11)
categorie: giornalismo, politici, obbrobri linguistici
lunedì, 23 marzo 2009

Cazzoni

franzenQuesto bellissimo articolo di Franzen, che non conoscevo e che è uscito sul Corriere della Sera l'8 dicembre 2008, mi ha impressionato forse più della stessa morte di DFW. Mettetevi comodi e, se siete in un periodo di fragilità emotiva, evitate di leggerlo poiché è straziante. Ah, e un'altra cosa che ho letto (Daria Bignardi su Vanity Fair) è "Era un cazzone come noi": cinque parole che racchiudono impietosamente lo scoramento che ci ha attanagliati dopo quella notizia.

«Sai perché scriviamo? Per non restare soli»

Lo chiamavo al telefono. Diceva: raccontami ancora una volta la storia che riuscirò a salvarmi. Poi smise di rispondere. Capii che era finita. David Foster Wallace nel ricordo di Jonathan Franzen «Ci univa questa idea: la narrativa come ponte tra gli uomini»

Come a molti scrittori, anzi di più, a Dave piaceva tenere tutto sotto controllo. Il caos delle occasioni mondane era facile motivo di stress. L' ho visto due sole volte andare a una festa senza Karen. A una, organizzata a casa di Adam Begley, l' ho dovuto trascinare quasi di peso e, non appena oltrepassata la soglia, mi è bastato perderlo d' occhio un solo istante perché facesse dietrofront e tornasse nel mio appartamento a masticare tabacco e a leggere un libro. Alla seconda ha dovuto trattenersi per forza, perché si festeggiava la pubblicazione di Infinite Jest. È sopravvissuto ripetendo «grazie» un' infinità di volte con un eccesso doloroso di cerimoniosità. Una delle cose che rendevano Dave un professore universitario fuori dal comune era l' impostazione formale del lavoro. Entro quei confini, poteva attingere senza pericolo alla sua riserva enorme e innata di gentilezza, erudizione e competenza. Anche l' impostazione delle interviste era esente da pericoli. Quando era Dave a essere intervistato, prendersi cura dell' intervistatore lo aiutava a rilassarsi. Quando indossava i panni del giornalista, Dave dava il meglio di sé se riusciva a trovare un tecnico - un cameraman al seguito di John McCain, un operatore in un programma radiofonico - elettrizzato all' idea di conoscere uno sinceramente interessato ai misteri del suo lavoro. Dave adorava i particolari in quanto tali, ma i particolari erano anche una valvola di sfogo per l' amore che teneva imbottigliato nel cuore: un modo per stabilire un legame, su un terreno intermedio relativamente sicuro, con un altro essere umano. Il che equivale, grosso modo, alla definizione di letteratura a cui io e lui siamo giunti tra una chiacchierata e uno scambio di lettere all' inizio degli anni Novanta. Ho voluto bene a Dave fin dalla primissima lettera che mi ha mandato, ma le prime due volte che ho cercato di incontrarlo di persona, a Cambridge, non si è presentato agli appuntamenti. E anche quando abbiamo cominciato a frequentarci, i nostri incontri erano spesso tesi e frettolosi: molto meno intimi dello scambio epistolare. Trattandosi di amore a prima vista, mi sforzavo sempre di dimostrare che ero in gamba e spiritoso, ma quel suo modo di fissare un punto a qualche chilometro di distanza mi dava la sensazione di non riuscirci affatto. Poche volte nella vita mi sono sentito realizzato come quando ho strappato a Dave una risata. Ma trovare il «terreno neutrale intermedio sul quale stabilire un legame profondo con un altro essere umano»: a questo, decretammo, serviva la narrativa. «Una via di fuga dalla solitudine» era la formula che ci mise d' accordo. E dove, se non nella sua lingua scritta, Dave era totalmente e splendidamente capace di esercitare il controllo? Non esisteva scrittore vivente dotato di un virtuosismo retorico più autorevole, entusiasmante e inventivo del suo. Arrivato alla parola numero 70 o 100 o 140 di una frase sprofondata dentro un paragrafo lungo tre pagine e intriso di umorismo macabro o di autocoscienza favolosamente reticolata, sentivi l' odore di ozono esalare dalla precisione scoppiettante del costrutto che lui impartiva alle frasi, dal destreggiarsi fluido e calibratissimo tra dieci livelli di dizione: alta, bassa, media, tecnica, avanguardistica, secchiona, filosofica, gergale, farsesca, esortativa, teppistica, sdolcinata o lirica. Quelle frasi e quelle pagine, quando riusciva a crearle, erano una dimora sincera, sicura e felice quanto ogni altra avuta in quasi tutti i venti della nostra conoscenza. Perciò potrei raccontarvi della breve gita piena di battibecchi che abbiamo fatto una volta, o potrei raccontarvi dell' odore di gaulteria che il suo tabacco da masticare diffondeva nel mio piccolo appartamento ogni volta che si fermava da me, o potrei raccontarvi delle nostre imbarazzanti partite a scacchi o dei palleggi ancora più imbarazzanti che facevamo le rare volte che giocavamo a tennis - la struttura rassicurante delle partite in netto contrasto con le arcane, profonde rivalità fraterne sempre in fermento sotto la superficie - ma a dire il vero tutto verteva intorno alla scrittura. Perché in quasi tutto il periodo della nostra conoscenza, l' interazione forse più intensa che ho avuto con Dave è stata quando ho letto da solo sulla mia poltrona, per dieci sere di fila, il manoscritto di Infinite Jest. È in quel libro che Dave, per la prima volta, ha orchestrato se stesso e il mondo secondo i suoi dettami. A livello più microscopico: sulla faccia della terra non si è mai visto un prosatore che usasse la punteggiatura con la passione e la minuzia di Dave Wallace. A livello più globale: ha sfornato un migliaio di pagine di amenità che, pur non mostrando mai un cedimento nella forma e nella qualità dell' umorismo, diventavano sempre meno spiritose, sezione dopo sezione finché, verso la fine, ti ritrovavi a pensare che tanto valeva intitolare il libro Infinite Sadness. Nessuno come Dave ha colpito nel segno. E adesso questo bell' uomo del Midwest geniale, spiritoso e gentile, con una moglie incredibile, una strepitosa rete di sostenitori, una strepitosa carriera e uno strepitoso lavoro in una scuola strepitosa con studenti strepitosi si è tolto la vita, e noi tutti stiamo qui a domandarci (citando da Infinite Jest): «Dì un po' , amico, qual è la tua storia?» Una buona storia semplice e moderna direbbe così: «Una personalità simpatica e piena di talento ha dovuto soccombere a un grave squilibrio chimico del cervello. C' era la persona di Dave, e c' era la malattia, e la malattia ha ucciso l' uomo con l' inesorabilità di un cancro». Questa storia è allo stesso tempo più o meno vera e del tutto inadeguata. Se vi accontentate di questa storia, non vi servono quelle che Dave scriveva, specie le tante, tantissime storie in cui il dualismo, la scissione tra persona e malattia, sono visti in chiave problematica o derisi senza tanti complimenti. Il paradosso dal quale non si scappa è che Dave stesso, alla fine, si è accontentato, in un certo senso, di questa semplice storiella interrompendo ogni legame con le storie molto più interessanti che aveva scritto in passato e che avrebbe potuto scrivere in futuro. Le sue tendenze suicide hanno avuto il sopravvento relegando in secondo piano tutto quanto appartiene al mondo dei vivi. Ma non per questo noi non abbiamo altre storie importanti da raccontare. Potrei raccontarvi dieci versioni diverse di come lui sia arrivato alla sera del 12 settembre, alcune molto cupe, altre che mi fanno molto arrabbiare, e quasi tutte terrebbero in considerazione i tanti aggiustamenti introdotti da Dave, adulto, dopo aver quasi sfiorato la morte per suicidio sul finire dell' adolescenza. Ma c' è una particolare storia non troppo cupa di cui conosco l' autenticità e che vi voglio raccontare adesso, perché per me essere amico di Dave è stato una gioia immensa, un privilegio e una sfida infinitamente interessante. Chi ama tenere tutto sotto controllo non ha vita facile con l' intimità. L' intimità è anarchica, reciproca e mal si concilia, per definizione, con il controllo. Cerchi di tenere tutto sotto controllo perché hai paura e, all' incirca cinque anni fa, Dave ha smesso palesemente di aver paura. In parte dipendeva dall' aver trovato una sistemazione stabile e proficua qui a Pomona. Un' altra parte consistente era ascrivibile all' aver finalmente incontrato la donna giusta aprendosi così, per la prima volta, all' eventualità di condurre una vita più piena e dall' impostazione meno rigida. Mi accorsi che al telefono aveva cominciato a dirmi che mi voleva bene e, quanto a me, all' improvviso capii che non dovevo sforzarmi troppo per farlo ridere o per dimostrargli che ero in gamba. Io e Karen riuscimmo a portarlo una settimana in Italia dove, invece di passare le giornate in albergo a guardare la TV, come forse avrebbe fatto qualche anno prima, pranzava sulla terrazza, mangiava polipo e la sera si trascinava alle cene apprezzando davvero il fatto di trovarsi in un ambiente informale con altri scrittori. Ecco una cosa davvero divertente che forse avrebbe fatto di nuovo. Circa un anno dopo decise di sospendere i farmaci che da più di vent' anni davano stabilità alla sua esistenza. Anche qui le storie sul perché abbia preso questa decisione si sprecano. Ma una cosa mi disse chiaro e tondo quando ne parlammo: voleva avere l' occasione di condurre una vita più normale, con un esercizio meno aberrante del controllo e piaceri più normali. Una decisione scaturita dall' amore per Karen, dal desiderio di creare una scrittura nuova e più matura, e dall' aver intravisto un futuro diverso. Un tentativo incredibilmente arrischiato e coraggioso, perché Dave era pieno di amore, ma era anche pieno di paure: troppo immediato per lui accedere a quegli abissi di tristezza infinita. L' anno andò avanti tra alti e bassi, a giugno ebbe una crisi e l' estate fu durissima. Quando lo vidi a luglio era di nuovo pelle e ossa, come l' adolescente che aveva attraversato la prima grande crisi. Ad agosto poi, una delle ultime volte che gli ho parlato, al telefono, mi ha chiesto di raccontargli una storia su come sarebbe migliorata la situazione. Io gli ripetei molte delle cose che lui aveva detto a me nelle nostre chiacchierate dell' anno precedente. Dissi che si trovava in una posizione terribile e pericolosa perché cercava di fare dei cambiamenti veri come persona e come scrittore. Dissi che l' ultima volta che aveva vissuto un' esperienza quasi mortale ne era venuto fuori e aveva scritto, rapidissimamente, un libro che era avanti anni luce rispetto a tutto quello che aveva fatto prima del tracollo. Dissi che era un saputone cocciuto con la smania di controllare tutto - "Anche tu!" mi rimbeccò - e dissi che quelli come noi hanno così paura di rinunciare al controllo che certe volte l' unico modo per obbligare noi stessi ad aprirci e a cambiare è soffrire le pene dell' inferno e arrivare a un soffio dall' autodistruzione. Dissi che aveva modificato l' assunzione dei farmaci perché voleva crescere e avere una vita migliore. Dissi che le cose migliori doveva ancora scriverle. E lui disse: «Mi piace questa storia. Mi faresti il favore di telefonarmi ogni quattro o cinque giorni e di raccontarmene un'altra così?» Purtroppo ho avuto soltanto un' altra occasione per raccontargli quella storia, e ormai non mi ascoltava più. Era straziato da un' angoscia e da un dolore che non gli davano un minuto di tregua. Dopo quella volta provai a chiamarlo ancora, ma lui non sollevava la cornetta né rispondeva ai messaggi. Era sprofondato nel pozzo della tristezza infinita, dove le storie non arrivano, e non voleva venirne fuori. Ma aveva un' innocenza bellissima e famelica, e ci stava provando. (Traduzione di Giovanna Granato) © 2008 Jonathan Franzen All rights reserved

Jonathan Franzen

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categorie: david foster wallace, franzen
venerdì, 20 marzo 2009

Giovinezza

saba_2-66faeOggi mia figlia è tornata da scuola con una poesia di Umberto Saba e com’è e come non è: mi son ritrovato fra le mani il Canzoniere che, esattamente dieci anni fa, leggevo e rileggevo con la passione che si deve soltanto ai Grandissimi. In particolare, avevo fatto mia, come si dice, “Felicità”, che ovviamente conosco a memoria. Ritornare oggi su quelle parole m’ha fatto male. Quella che un giorno m’era sembrata una specie di  sentenza di assoluzione dalla gioventù, be’: sarà che domani è primavera, sarà che s’avvicina il mese più crudele, ma questo pomeriggio, pur facendomi come sempre rabbrividire per la bellezza racchiusa in tanta semplicità, quei versi mi son parsi onestamente FUFFA. Forse devo smettere di leggere quel cinico genio di St. DFW. (No, è che non è che s’abbia più tutta ‘sta cupidigia di pesi, no no, semmai si andrebbe in cerca di qualcuno che ce ne liberasse un po’, ecco tutto).

 

FELICITA'

La giovinezza cupida di pesi
porge spontanea al carico le spalle. DavidFosterWallace3
Non regge. Piange di malinconia.
Vagabondaggio, evasione, poesia,
cari prodigi sul tardi!
Sul tardi l'aria si affina
ed i passi si fanno leggeri.
Oggi è il meglio di ieri,
se non è ancora la felicità.
Assumeremo un giorno la bontà
del suo volto, vedremo alcuno sciogliere
come un fumo il suo inutile dolore.

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categorie: felicità, umberto saba, david foster wallace
mercoledì, 18 marzo 2009

Mar rosso

cammelliAttenzione, attenzione, avviso a tutti i delatori della polizia lessicale. Io pensavo di avere una collezione piuttosto esauriente di tutti gli orrori linguistici in uso nella lingua italiana -collezione in cima alla quale spiccava, per efferata bruttezza, "da asporto" (pizza da asporto, bibite da asporto, ohgod che ignominia!). Non avevo considerato che l'industria del turismo di massa può esser capace, oltre che sequestrarti per sette giorni in questi non-luoghi regno del kitsch più spinto alla mercè di gente pagata per "animarti" (mi chiedo che miseria interiore alberghi in spiriti che hanno bisogno di ri-animazione durante una vacanza) nonché trattenerti in aeroporto per 14 ore a prosciugare la carta di credito in attesa che il charter faccia su e giù per l'Europa sette volte mentre la polizia, quella vera, ti impedisce fisicamente di abbandonare la sala di imbarco: è capace, quest'industria, pure di sfornare parole obbrobriose senza il minimo pudore e in gran copia. Tanto da spodestare l'asporto, e mettere in cima alla mia lista nera queste due nuove perle: CAMMELLATA e DROMEDARIATA (dette a indicare passeggiata di 3/4 d'ora circa sulla groppa delle stesse navi del deserto mentre una specie di sperone ti tritura l'osso sacro e/o le selle di stoffa stimolano lo sfintere anale fino a farlo sanguinare -a meno, va detto, di non ascoltare i consigli della guida la quale ti sprona, a uso e consumo del fotografo, ad assecondare il mammifero, a ondeggiare insieme a lui, ad assumere, insomma, la posa del pascià che si sposta per raggiungere un bordello nel cuore di un'oasi sul Sinai, operazione che vi conferirà invariabilmente un'aria un po' da checca più che da virile baffuto mediorientale). Spargete la voce, denunciate, stigmatizzate. Cammellata. Dromedariata. Fanno il paio, del resto, con la (tremo a scriverlo) biciclettata, la spaghettata, per i pugliesi la frisellata, la salsicciata e il resto del disgusto di questi neologismi "collettivi".

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categorie: mar rosso, cammelli, dromedari, tour operatot
giovedì, 05 marzo 2009

(never argue with) Women

donneSuvvia, siete tutti persone avvertite e so che non vi spaventate se vi incollo una storiella in inglese che m'ha mandato Gabriella Shaeppi da Ginevra e che mi ha fatto molto sorridere. Tempo di spostamenti convulsi. Appena tornato, già riparto. Voi, come dice quella geniaccia di Pulsatilla, non fate casino.


Never argue with a woman!

 One morning the husband returns after several hours of fishing and  decides to take a nap. Although not familiar with the lake, the wife decides to take the boat out. She motors out a short distance, anchors, and reads her book.

 Along comes a Game Warden in his boat. He pulls up alongside the woman  and says:

 "Good morning, Ma'am. What are you doing?"
 "Reading a book," she replies, (thinking, "Isn't that obvious?")
 "You're  in a Restricted Fishing Area," he informs her.
 "I'm sorry, officer, but I'm not fishing. I'm reading."
 "Yes, but you have all the equipment. For all I know you could start at  any moment. I'll have to take you in and write you up."
 "For reading a book," she replies,  

"You're in a Restricted Fishing Area," he informs her again, "I'm  sorry, officer, but I'm not fishing. I'm reading."
 "Yes, but you have all the equipment. For all I know you could start at any moment. I'll have to take you in and write you up."
 "If you do that, I'll have to charge you with sexual assault," says the woman.
 "But I haven't even touched you," says the game warden.
 "That's true, but you have all the equipment. For all I know you could start at any moment."
 "Have a nice day ma'am," and he left.

MORAL: Never argue with a woman who reads. It's likely she can also think. Send this to other women who are thinkers.

postato da: livioromano alle ore 22:12 | link | commenti (3)
categorie: women, pulsatilla
martedì, 24 febbraio 2009

Odorino.

tondelli1Lacrime lacrime non ce n’è mai abbastanza quando vien su la scoglianatura, inutile dire cuore mio spaccati a mezzo come un uomo e manda via il vischioso male, quando di prende lei la bestia non c’è da fare solo stare ad aspettare un giorno appresso all’altro. E quando viene comincia ad attaccarti la bassa pancia, quindi sale su allo stomaco e lo agita in un tremolio di frullatore e dopo diventa ansia che è come un sospiro trattenuto che dice vengo su eppoi non viene mai […]

Ma ci son notti o pomeriggi o albe e anco tramonti, anche questo dovete imparare, che succede il Gran Miracolo, cioè arriva su quel rullo l’odore del Mare del Nord che spazza le strade e la campagna e quando arriva senti proprio dentro la salsedine delle burrasche e dell’oceano e persino il rauco gridolino dei gabbiani e lo sferragliare dei docks e dei cantieri e anche il puzzo sottile delle alghe che la marea ha gettato sugli scogli, insomma t’arriva difilato lungo questo corridoio l’odore del gran mare, dei viaggi, l’odore che sento adesso come un prodigio e che sto inseguendo sulla mia ronzinante cinquecento […]. Sono sulla strada amico, son partito, ho il mio odore a litri nei polmoni, ho fra i denti la salsedine aaghhh e in testa libertà. Sono partito, al massimo lancio il motore, avanti avanti attraversare il Po, dentro ai tunnel tra le montagne di Verona, avanti sfila Trento sulla destra e poi Bolzano e poi al Brennero niente frontiere per carità, non mi fermo non mi fermo, verso Innsbruck forte forte poi a Ulm, poi via Stuttgart e Karlsruhe e Mannheim, una collina dietro l’altra, da un su e giù all’altro, spicca il volo macchina mia, vola vola, Frankfurt, Köln, forza eddai ronzino mio, ormai ci siamo, fuori Arnhem, fuori Utrecht, ci siamo, ci siamo, ostia se ci siamo senti il mare? Amsterdam Amsterdam! Son partito chi mi fermerà più?

Piervittorio Tondelli, da Altri libertini

postato da: livioromano alle ore 11:22 | link | commenti (6)
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venerdì, 20 febbraio 2009

Laughing

3539_IngleseL’ennesima rottura di coglioni

(su scala mondiale)

ovvero come far fronte alla piaga Facebook

di Andrea Inglese

(da Nazione indiana)

C’è già la rottura di palle delle finestre. Che non puoi più lasciarle aperte, manco per cinque minuti, che ti ritrovi un vescovo in casa. Sono abilissimi, nonostante la faccia raggrinzita, il corpo mummificato, e il tonacone abbottonato, inforcano facilmente il davanzale, e hop! sono dentro casa a ravanare tra le tue cose. E un vescovo mica lo puoi cacciare via in malo modo, come fosse un rumeno qualsiasi o un ladro. Lo devi accompagnare alla porta con i sacri crismi. Ora ci si è messo pure Facebook, questa irresistibile catena di Sant’Antonio, che si sta espandendo a macchia d’olio per il pianeta, sorta di vorace tamagotchi, che dobbiamo costantemente nutrire, inchiodati a una manutenzione giornaliera di diverse ore… Che uno crede sia un modo per procacciarsi rapporti sessuali protetti a gratis e in tempi brevi. E non è vero niente, anche mettendo foto false, di divi dal pettorale bombato, o riempiendosi il costume di tovaglioli arrotolati.
vescovo
Oppure uno s’illude di sistemarsi finalmente col metodo prestiti, grazie a quest’orgia di amicizia che lo sommerge di colpo. Il calcolo è facile, chiedendo un cinquanta euro ad amico, con soli 400 amici – una cifra da asociali (su Fb, il tipo più sfigato ha almeno oltrepassato il migliaio di contatti) – te ne fai 20.000 di euri. Poi mandi un poke a tutti quanti e parti per le Azzorre. Il problema è che nessuno caccia niente, ma tutti invitano tutti a tutto. Se non hai un cazzo da fare nella vita, con Facebook ti si riempie il mese che è una meraviglia. Non ti rimane neppure il tempo per andare al cesso. Ci sono inviti sempre, ad ogni ora, che l’Italia intera non sembrerebbe neanche quel paese che ha particolarmente in odio la cultura, ogni forma di attività intellettuale, di ricerca, artistica o letteraria. Dal numero di inviti relativi agli eventi culturali, non hai neppure più l’impressione che l’Italia consideri l’alfabetizzazione come una delle grandi sciagure della storia dell’umanità

Ma una volta che hai scoperto che non ti puoi arricchire sessualmente né finanziariamente con Facebook, il danno è già fatto, e può essere già troppo tardi.

Non c’è nessun motivo per essere paranoici in generale, tanto meno in Italia, contando che ora anche Licio Gelli ha avuto una sua occasione per spiegarsi limpidamente davanti al paese, e che in fondo questo clima tanto esecrato da alcuni ricorda solo certe vivaci atmosfere da Mississipi primi decenni del Novecento, dove l’impiccagione fai-da-te mobilitava anche venditori di zucchero filato e lustrascarpe. È pur vero che ogni tanto qualche allarmista fa circolare leggende metropolitane ansiogene. Sarebbero ormai centinaia i casi di responsabili delle Risorse Umane che sorprendono su Facebbok un aspirante impiegato che si fa fotografare, vestito con mantellina rossa, a letto con il proprio cane lupo, in cuffietta e camicia da notte.

Senza soccombere a cautele eccessive, è bene allora tenere presente almeno queste minime regole di prudenza:

1) Scegliere proprie foto, scattate durante funerali, con aria contrita e postura psico-rigida, in modo tale, però, che non compaiano sullo sfondo né cimiteri né casse da morto né tanto meno cadaveri riversi.

2) Se si sta cercando lavoro, è utile farsi fotografare alla scrivania con plichi di fantomatici dossier da ss_pioXIIcopiare a mano e in bella calligrafia su registri rilegati in pelle.

3) Se si vuole utilizzare una sensibilità politica di prevenzione, è bene farsi fotografare durante manifestazioni di Forza Nuova o dando le spalle a delle ronde padane, cercando in entrambi i casi di mostrare partecipazione ed entusiasmo.

4) Utilissime tutte le foto di genuflessione in ambiente ecclesiastico.

5) Non tralasciare, in ogni caso, almeno una foto abbracciati al ristoratore Cicciu ‘u Surdu del ristorante “Sgarràri” di Corleone.

Quanto alle informazioni richieste nel profilo, evitare di compilarle in modo da facilitare il lavoro della polizia segreta, in previsioni di eventuali visite alle cinque di mattina. Evitare lemmi quali: “anarco-insurrezionalista”, “molto più a sinistra di Ferrero”, ma anche i più apparentemente schivi: “agnostico” e “poco incline al nazi-fascismo”. Meglio scegliere una linea chiara e giovanile: “Neo-catecumenale”, “ratzingheriano della prima ora”, “telecomandato dalla CEI” e, quanto a inclinazioni politiche, “simpatizzante dell’Ancien Régime”, “negazionista senza se e senza ma”, “favorevole alla liberalizzazione del lavoro minorile”. Anche il più schivo “Mi faccio sempre i fatti miei finché non si tratta di vagabondi e marocchini”, può essere apprezzato.

Cercate comunque di essere un po’ originali e rivendicate una vostra autonomia: piuttosto che diventare tutti fan dello stalliere Mangano, di Mussolini o Hitler, aderite ai fan club di Salazar, Amin Dada o Pio XII.

Quanto alle famose frasette da inserire giornalmente, seguite anche in questo caso le infallibili leggi del buon senso. State cercando di essere assunti da Lufthansa, scrivete questa massima: “Col cazzo che vado a scopare con mia moglie, in questo pomeriggio senza impegni! Me ne sto chiuso in bagno a imparare a memoria l’Orario Mondiale degli Aeroporti.” Per gli infermieri precari, sono consigliabili frasi amene di questo tipo: “Oggi è il terzo clandestino che spedisco in questura”. Ma vi sono anche massime buone per tutte le situazioni: “Lavorare malpagato è la cosa che amo di più al mondo”, “Leccare il culo, non mi ha mai spaventato”, “Il sesso prematrimoniale non riesco neppure a visualizzarmelo”.

Insomma, poiché di Facebook non si può più fare a meno, come dell’energia elettrica e della liposuzione, è importante imparare ad usarlo correttamente. Facebook, come la bomba atomica o la tortura, è solo un mezzo: ciò che importa è come lo si usa.

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categorie: andrea inglese, facebook
giovedì, 19 febbraio 2009

Democratici

Giochìno

di Daniele Greco

Quando guida la macchina fa sempre lo stesso pensiero. Si ferma sulle strisce pedonali, lascia passare i pedoni e pensa che ha votato Pd - o comunque che mai avrebbe votato dall'altra parte. E' quello l'istante in cui pensa che il senso civico sia importante. Allora si ferma, sa che farà tre minuti di ritardo, ché nel frattempo il semaforo a cinquanta metri da lui s'è fatto rosso, ma è allora che si percepisce parte di una comunità. Chissà, pensa, vorrebbe che gli altri facessero così con lui quando gira a piedi.
Poi, prima di mettere la prima e ripartire fa sempre un giochino. Guarda i passaggi zebrati e pensa: chi mi fa segno come a dire "Grazie!" ha votato per Berlusconi. Chi tira dritto nella muta e reciproca condivisione di un diritto ha votato centro-sinistra. Ma di questi ce n'è sempre meno.

postato da: livioromano alle ore 14:54 | link | commenti (6)
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lunedì, 16 febbraio 2009

Teomostri

santa-maria-di-leucaQuesto articolo è stato pubblicato sul Riformista del 12 febbraio, a firma dell'ottimo Andrea Di Consoli.

In Puglia è un vero e proprio business. Parliamo del turismo religioso. Dalla Basilica di San Giovanni Rotondo, dove sono esposte le spoglie di Padre Pio, fino alla Barletta dei Crociati in partenza per la Terra Santa, ogni anno milioni di teo-turisti portano danaro e preghiere nella terra di Lino Banfi e di Carmelo Bene. Ora dovrebbe sorgere un “terzo polo turistico-teologico”, esattamente a Santa Maria di Capo Leuca, nel comune di Castrignano del Capo, dove il parroco del Santuario dedicato alla Madonna di Leuca, detta Santissima Maria di Finibus Terrae, ha deciso di ampliare il Santuario, in modo da poter ospitare almeno mille fedeli. Il progetto prevede un Santuario grande quanto la metà di un campo di calcio, e alto 13 metri (costo complessivo previsto in partenza: 7 milioni di euro).

Insomma, lì dove le terre italiane finiscono illuminate dalla dolce luce del Faro di Leuca, lì purtroppo sono appena iniziate polemiche feroci su quello che gli ambientalisti, soprattutto quelli atei, hanno già felicemente battezzato come Teomostro. La proposta di ampliamento del Santuario di Leuca ripropone ancora una volta la contrapposizione tra chi difende la storicità del paesaggio culturale e spirituale, e fra chi vuole adattarlo alle nuove esigenze determinate dall’aumento dei flussi turistici, edi consoli alle nuove condizioni della contemporaneità. Una cosa è certa: al parroco di Santa Maria di Leuca, don Giuseppe Stendardo, non fa difetto la dimestichezza con nuove categorie antropologiche e urbanistiche come i “non-luoghi” o i “super-luoghi”, punte di diamante della nostra eterna “mutazione” post-pasoliniana.

Il parroco dice, in buona sostanza: questo vecchio e bellissimo Santuario non riesce a ospitare i troppi fedeli-turisti che ogni anno vengono a visitarlo, e quindi occorre un notevole ampliamento. Gli ambientalisti, soprattutto quelli di “Italia nostra”, rispondono: il Santuario di Leuca è un patrimonio artistico e spirituale che deve rimanere com’è, ed è assurdo immaginare la costruzione di un altro Santuario più grande, perché deturperebbe un luogo di grande importanza religiosa e paesaggistica. I politici, ridotti ormai a prudente retroguardia del coraggio, dicono di sì con la bocca semichiusa, ma si nascondono dietro alla “santità” delle leggi, e quindi non hanno una posizione chiara. In campo, perciò, a lottare ferocemente e in piena luce, rimangono i preti modernisti e gli ambientalisti passatisti. In anni in cui le vocazioni sono in calo, e lo stesso numero dei fedeli di Santa Romana Chiesa sembrano calare a causa dei rigidi filologismi del Papa Tedesco, è curioso come in Puglia il turismo religioso cresca con numeri e platee da Woodstock. Al parroco, giustamente, sta a cuore la massa dei fedeli, e quindi mette in secondo piano la purezza del paesaggio storico. Agli ambientalisti e agli intellettuali, invece, interessa soprattutto l’aspetto culturale dei luoghi di culto. Nei Santuari, secondo il parroco, si entra per pregare. Per gli ambientalisti, invece, prima di pregare bisogna guardare, e farsi ammantare dal Bello della Natura e della Storia. Chi ha ragione? Verrebbe da dire, con una battuta maccheronica: De gustibus in finis terrae.

Uno dei principali oppositori del progetto è Edoardo Winspeare, regista di fortunati film-cult come “Pizzicata” e “Sangue vivo”. Con la sua associazione “Coppula tisa”, che acquista ecomostri per abbatterli, ha subito dichiarato guerra al modernismo di don Giuseppe Stendardo, nonostante sia stato, da ragazzo, frequentatore delle sue messe, come ha dichiarato in un’intervista a “La Stampa”. Il salentino Piero Manni, direttore della principale casa editrice pugliese, da qualche anno prestato alla politica nelle file di Nichi Vendola, ha le idee chiare e ci dichiara: “Santa Maria di Leuca, caput mundi, un promontorio su due mari, con panoramica mozzafiato, da passeggiare evitando di calpestare la vegetazione spontanea autoctona; lì un ricco parroco che incautamente si lascia soffiare un bel gruzzolo da un intraprendente consulente ed una amministrazione comunale incline alla opere faraoniche (un raccordo stradale aereo lungo alcuni chilometri) e attenta più alla cementificazione che alla valorizzazione dell'ambiente, hanno deciso di imporre 22.000 metri cubi su un estensione di 2.600 metri quadri: una deturpazione irreversibile del paesaggio e della storia e della cultura religiosa. Buon Dio, perdona loro che non sanno quello che fanno!”

Livio Romano, romanziere di Nardò, già autore di un reportage narrativo ambientalista, “Porto di mare”, dichiara al “Riformista”: “Evidentemente la Chiesa cattolica, così come a suo tempo la Marina Militare per l'affaire della costruzione di una base militare a Punta Palascia, si sente immune dal rispetto delle regole che faticosamente ci si è dati per tutelare il paesaggio salentino da ulteriori aggressioni. Così come mi inorridivano le opere posticce realizzate per l'arrivo di Papa Ratzinger in giugno scorso (strade asfaltate per un solo senso - quello da cui sarebbe passato il Pontefice - piste di atterraggio costruite su grotte preistoriche, piantumazione di palme californiane morte dopo un mese), adesso sono totalmente contrario a che si costruisca il ‘Teomostro’ annunciato, e benissimo ha fatto Giovanni Pellegrino a chiedere a gran voce che si mostrino le carte e ci si accerti che l'opera non ricada nel Parco Otranto-S.Maria di Leuca approvato con legge regionale. Quello scorcio di Italia affacciato sull'Oriente in particolare e in generale tutta la costa salentina: sono già stati violentati da decenni di scempi edilizi. La gente viene qui perché ci sono ancora tratti di natura e coste incontaminate. Non ci servono casermoni a picco sul mare e teorie immani di torri eoliche alte cento metri a ridosso di parchi come Portoselvaggio. Non servono a noi che ci viviamo (non hanno alcuna ricaduta economica se non per le tasche di chi le costruisce), non servono al turismo, e se pure pochi professionisti da questi affari possono trarci reddito da nababbi per sé e le loro future quattro generazioni: per fortuna esiste ancora una società civile che si organizza e si mobilita e, quasi sempre, alla fine, state tranquilli, vince”.

Insomma, nei prossimi mesi la questione dell’ampliamento del Santuario di Santa Maria di Leuca sarà motivo di battaglia e di polemiche. Vedremo come andrà a finire.

 

Andrea Di Consoli

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giovedì, 12 febbraio 2009

Un incipit

dd_isherwood01Christopher Isherwood, Un uomo solo, Guanda 1981 (1964)

Svegliarsi è cominciare a dire sono e ora. Poi ciò che si è svegliato resta sdraiato per un momento a osservare il soffitto e dentro se stesso finché non abbia riconosciuto Io, e da questo dedotto Io sono, Io sono ora. Qui viene dopo ed è, almeno in negativo, rassicurante; poiché stamane è qui che si aspettava di trovarsi; come dire a casa propria.

Ma ora non è semplicemente ora. Ora è anche un freddo promemoria; un’intera giornata o più di ieri, un anno di più dell’anno scorso. Ogni ora è etichettato con la propria data, rende obsoleti tutti gli ora passati, finché – presto o tardi, forse – no, non forse, certamente la Cosa accadrà.

La paura contorce il nervo vago. Un malsano ritrarsi da ciò che, in qualche luogo là fuori, attende dritto davanti.

Ma la corteccia, questo severo controllore, ha preso intanto il suo posto ai comandi centrali e li ha verificati uno per uno; le gambe si stirano, la parte inferiore della schiena si inarca, le dita si tendono e si flettono. E adesso, all’intero sistema di intercomunicazioni viene inviato il primo ordine del giorno: IN PIEDI.

Obbediente al corpo si alza dal letto – trasalendo per le fitte ai pollici artritici e al ginocchio sinistro, un po’ nauseato per lo spasimo al piloro – e si trascina in bagno, dove vuota la vescica e si pesa; ancora un pelo sopra le 150 libbre, malgrado tutto quello sgobbare in palestra! Poi davanti allo specchio.

Ciò che vede, più che un volto è l’espressione di una difficoltà.

 

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mercoledì, 11 febbraio 2009

Pane, merda e cipolline

Mauro Pianesi mi manda questo pezzo che pubblico volentieri pur non condividendolo in toto (in particolare, mi pare che fra le chiese occorra ricomprendere ogni genere di panottico, il comunismo in primis).

9788889378281pLa dieta di questi giorni (vorrei dire "anni"), per chiunque abbia a cuore il
futuro della nostra democrazia e il rispetto dei diritti e della dignità umana,
è pane e merda. Due o tre volte al dì, a seconda delle costituzioni...
Tutte le "chiese" hanno bisogno di produrre mistificazioni della realtà per
creare proseliti e controllare la vita e il pensiero di chi è già sotto di loro.
Gran parte dell´attività delle "chiese" è spesa per costruire scientificamente
il falso (e, di converso, per delegittimare e ostacolare la ricerca scientifica
ed il pensiero laico). Per accreditare queste loro "costruzioni", le "chiese"
non si risparmiano dallo sposare le cause più liberticide e contrarie alla
supposta loro ragione d´essere. Così fu, per la Chiesa cattolica, con "l´uomo
della provvidenza" Mussolini, così sembra essere tra la Chiesa di Benedetto XVI
e l´attuale governo, in un mortale e mortifero abbraccio del tutto funzionale
al raggiungimento di un obiettivo che ormai, mi auguro, è diventato palese a
molti (per lo meno, a chi vuole vedere): vale a dire, lo smantellamento delle
libertà repubblicane e l´instaurazione di un regime totalitario (vogliamo
chiamarlo "fascismo"?).
Lo so, i paragoni col fascismo mussoliniano non reggono, per motivi di -
diciamo così - "opportunità storica", dato che questo fascismo (vogliamo
chiamarlo "mediatico"?) è così nuovo, almeno nella sua apparenza, che i suoi
contorni sono ancora in fieri e sono ancora difficilmente isolabili e
analizzabili "scientificamente". Un fascismo che non va in giro a manganellare
gli oppositori, almeno non ancora, semplicemente perché non ne ha bisogno,
avendo a disposizione strumenti diversi, apparentemente "soft" ma potentissimi,
per attuare i propri fini coercitivi, rispetto a quelli usati dalle dittature
storiche del `900. Con buona pace dei geni della sinistra italiana che, stando
al governo, al presidente Ciampi che manifestava loro la necessità di una legge
sul conflitto d´interessi, rispondevano che la stessa "non rientrava tra le
loro priorità"...
Di pala in frasca, ma neanche più di tanto: voglio togliermi un sassolino
dalla scarpa sempre a proposito della natura... - si può dire ancora? -
oscurantista della Chiesa. Anni fa, ancora vivo Giovanni Paolo II, si fece in
televisione una kermesse spettacolare sul tema della pace. Cantarono un sacco
di star internazionali e si cantò anche "Imagine" di John Lennon, che i
porporati di turno (vale a dire: il presentatore Rai e il delegato vaticano che
lo imboccava in diretta) trattarono come un "loro" inno, in perfetta sintonia
con i principi e il cosiddetto magistero ecclesiastico. Da vecchio beatlesiano
sobbalzai sulla sedia, ma lasciai cadere la cosa. Che però, evidentemente, m´è
rimasta di traverso e che ora voglio chiarire: a dispetto dell´incedere soave
della voce di Lennon, "Imagine" è tutt´altro che una canzone a favore della
Chiesa cattolica o di altre "chiese" in generale. È una bellissima canzone a
favore della liberazione dell´Uomo dalla paura e, quindi, dalla schiavitù delle
"chiese" e delle religioni. Una specie di "Ginestra" sotto forma di ballata
rock. Leggiamone la traduzione:
"Immagina che non vi sia nessun paradiso / è facile se provi / nessun inferno
sotto di noi / sopra solo cielo / immagina tutta la gente / vivere solo per il
presente... / Immagina che non vi siano Stati / non è difficile da fare / niente
per cui uccidere o morire / e nessuna religione / immagina tutta la gente /
vivere la vita in pace... / Immagina che non vi siano proprietà / mi meraviglio
se ci riesci / né esigenze di avidità o cupidigia: una fratellanza dell´uomo /
immagina tutta la gente / che si divide tutto il mondo... / [rit.] Puoi dire che
sono un sognatore / ma non sono il solo / spero che un giorno ti unirai a noi /
ed il mondo sarà una cosa sola"
Infine (scusate la prolissità, ma le urgenze sono molte) vorrei segnalare l´
iniziativa "Rompiamo il silenzio" intrapresa da "Libertà e Giustizia" (vedi in
internet su:
http://www.libertaegiustizia.it/appelli/dettaglio_appello.php?
id_appello=11). Per non ridurci come il matto di quella barzelletta che, a chi
gli offriva la merenda a base di pane, merda e cipolline, rispose "No, grazie.
Le cipolline no perché mi fanno l´alito cattivo".

Mauro Pianesi

 

postato da: livioromano alle ore 22:33 | link | commenti (1)
categorie: mauro pianesi

Scuse

lapr_14994189_50270"Come italiano credo che il mio paese dovrebbe chiedere scusa a Beppino Englaro. Che gli debba chiedere perdono perché ha dimostrato di essere un paese crudele, incapace di capire la sofferenza di un uomo. Beppino Englaro ha chiesto aiuto alle istituzioni e ha combattuto contro di esse perché fosse rispettata una sentenza della magistratura".

Roberto Saviano

El País, Spagna

postato da: livioromano alle ore 22:23 | link | commenti (3)
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domenica, 08 febbraio 2009

Golpe bianco

Dai, ragazzi, restiamo a guardare, su, continuiamo a tollerare questo psiconano orrido. Non so se siete del mio stesso avviso, ma la situazione qui è davvero gravissima. Serva Italia di sempre.

Eluana, Berlusconi sfida Napolitano
E minaccia: "Cambio la Costituzione"

Il capo dell'esecutivo: La Englaro "è una persona viva, respira
in modo autonomo e potrebbe anche avere un figlio".

Qui un bellissimo articolo di Giuseppe Genna da Carmilla on line.

Il corpo e il sangue di Eluana Englaro: lo stupro assoluto

"...Il suo corpo e il suo sangue non sono offerti in dono, e comunque non affinché l'eventuale dono si tramuti nel massacro volgare a cui stiamo assistendo. Il suo corpo inabile poiché inabile è il suo organo cerebrale, e quei 17 anni di pura vegetazione: la tragedia prima è questa, cioè l'artificialità con cui la natura è stata soppressa da una seconda natura, violentissima, che ne ha stuprato la volontà certa, comprovata, che lei non avrebbe desiderato per sé l'artificio che mantenesse respirante un corpo incapace di sopravvivere, nemmeno di vivere, senza l'ausilio di questo emblema della tragedia tutta, che è "il sondino"...."

eluana_englaro

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categorie: attentato, psiconano, costituizone